giovedì 14 maggio 2009

LETIZIA RACCONTA..VIA DA VERMIGLIO VERSO L'AUSTRIA


22 agosto 2005
C’E’ LA GUERRA, LASCIATE VERMIGLIO

VERMIGLIO- Un paese intero svuotato e una fila di persone in cammino con le loro poche cose, verso un ignoto destino in un luogo sconosciuto. Il paese era Vermiglio ed erano i suoi abitanti, commossi e disperati, a lasciare le loro case verso la località austriaca di Mitterndorf. Accadeva esattamente novant’anni fa, nell’agosto del 1915; l’ordine d’evacuazione, a seguito della volontà dello Stato maggiore imperiale di realizzare una fascia di sicurezza nei dieci chilometri vicini al confine, giunse dalla Luogotenenza di Cles il 22 agosto, qualche giorno dopo partirono gli abitanti di Cortina e Fraviano, per ultimi quelli di Pizzano. Fra questa gente c’era anche una bambina di 11 anni, Letizia Panizza, che lasciava Cortina con la madre, Cristina Graifenberg ed i sette fratelli. Il padre, Ernesto Panizza, nel periodo di guerra era addetto al rifornimento verso i Forti a Fucine e quindi non partì con la famiglia. Letizia, classe 1904, ha festeggiato 101 anni lo scorso giugno, ma ricorda nitidamente la vicenda di cui fu protagonista. “Il sindaco ci disse che si doveva andare via, potevamo portare solo 5 chili delle nostre cose a testa. Prima di partire liberammo gli animali dalla stalla, ma non volevano uscire. Sembrava che anche loro sapessero che dovevamo andare via”. Pur essendo allora solo una bambina e nonostante la confusione del momento, Letizia non poteva non vedere e non sentire i sentimenti delle persone accanto a lei alla partenza. “Tutti chiedevano “Dove ci manderanno?” “Torneremo indietro?” E piangevano”. Molti, a causa delle condizioni precarie del “Barackenlager” di Mitterndorf, non tornarono più a Vermiglio; tutta la famiglia di Letizia, escluso il nonno, riuscì a sopravvivere. Dopo essere giunti a piedi a Malè, caricati sul tram ed in seguito su un treno “in un vagone pieno di paglia” e con un unico conforto nel lungo tragitto da Vermiglio in Austria cioè “la gente che incontravamo, che ci portava una scodella con qualcosa da mangiare” i vermigliani giunsero infine a Mitterndorf. “Pioveva e la baracca era senza finestre. Eravamo in 18-19 per camera. C’erano delle infermiere che passavano per le baracche, chiedevano se i bambini erano sani o no. Mia madre allora attaccava due materassi, faceva un buco e ci nascondeva se eravamo malati. Chi mandavano in ospedale, di solito non tornava”. Per qualche anno la vita proseguì tra fame, freddo, malattie, fino al rientro a guerra ultimata. Prima di tornare definitivamente a Vermiglio (durante la guerra abitato dai militari) molti furono costretti a cercare ospitalità in altri paesi, essendo le loro case distrutte da incendi, valanghe e saccheggi. Letizia, con la sua famiglia, restò a Malè per un anno e mezzo dopo aver lasciato Mitterndorf. “Mio padre era all’ospedale militare a Malè, con la broncopolmonite. Noi chiedevamo la carità” ed il padre morì senza far ritorno a Vermiglio con i suoi cari. “A Vermiglio abbiamo trovato la casa, ma avevano portato via tutto. Avevano avvertito mio padre che rubavano, ma lui disse “Dove vuoi che vada, qui non ho nessuno”; facevamo avanti e indietro a piedi tra Vermiglio e Malè mentre si sistemava la casa”. La gioia del ritorno fu offuscata dalla consapevolezza di dover ricominciare da capo e per dare una mano alla famiglia Letizia s’impiegò come serva ad Ortisè. Poco alla volta la vita riprese, con la ricostruzione di quel paese portato nei cuori di tutti coloro che, novant’anni fa, furono costretti ad abbandonarlo.

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